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Ora tutto questo, sommato al fatto che l’appello drammatico di Paola è finito in rete, produce una retorica populista per cui la rete diventa ancora di più per il posto fisso, solidale con tutti, poverini è un’ingiustizia. Pochi, pochissimi si prendono mai delle responsabilità, hanno fatto una cazzata, dicono al social network sapete cosa? forse sono uno stronzo e ho pestato una merda, ed è solo colpa mia.
In tutta questa situazione, la solidarietà a una sconosciuta di cui nessuno conosce la professionalità, travestita da raccoglitrice di cotone della Luisiana, si mescola alla possibilità di spendere generosamente il passepartout della santità laica contemporanea: la parola “precario”, usata per tutto quello che non è un contratto a tempo indeterminato.
L‘idea cioè che tutti quelli che non sono a tempo indeterminato dovrebbero ribellarsi, perché subiscono un’ingiustizia strutturale profonda, in spregio, ancora prima che della legge, del buon senso e della bontà.
Come se non bastasse, Paola lavora per la stampa, cioè quello che vorrebbero fare tantissimi blogger, convinti in parecchi casi di essere ingiustamente ostacolati sulla strada di mattoni gialli verso il giornalismo da raccomandazioni, anzianità, ingiustizie. Prendendo le parti di Paola, sia i retaioli frustrati che i nostalgici dei posti fissi del parastato si sentono una cosa sola, uniti in social catena, pronti a far saltare col loro grido i palazzi del potere vecchio, analogico e cattivo.
 
  1. brodo posted this
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